10 cose da fare a Mestre

Potrà sembrare strano che una cittadina considerata a torto come zona di transito (e pernotto) per Venezia possa offrire tante attrattive da sceglierne dieci per compilarne un decalogo.

Leggendo queste righe potrete persuadervi che Mestre ha invece molto da offrire a chi si pone con la giusta attitudine di ascolto e scoperta.

Provare per credere.

1) Alla ricerca dei resti del Castelnuovo

Nel medioevo nella città di Mestre campeggiava una fortificazione detta quando una fortificazione detta Castel Vecchio che ne costituiva il nucleo. Di questa fortificazione oggi rimane come unica testimonianza il nome di una via.
Intorno al XII secolo nacque l’esigenza di fornire la città di una nuova fortificazione che inglobò le torri difensive precedentemente edificate.
Queste torri erano delle abitazioni fortificate di proprietà delle famiglie più abbienti della zona e avevano varie funzioni tra cui quella di riscossione dei dazi dovuti alle attività commerciali.
Per questo le torri venivano infatti anche chiamate torri daziarie.

La nuova fortificazione incorporò tre di queste torri daziarie in un complesso fortificato di undici torri (ma alcune fonti ne menzionano quindici se non addirittura diciassette) che venne chiamato Castelnuovo.
Di queste torri è stato tramandato anche nella toponomastica cittadina il nome di almeno sei: Torre delle Ore, quella di Belfredo, la Torre Ca’ de Musto, la Torre Moza, la Torre Vituria e la Torre delle Zigogne.

Oltre alle torri c’erano delle costruzioni più piccole (forse il numero variabile dipende dall’aver annoverato anche queste nell’elenco delle torri maggiori) dette torresini, prive di nome e che avevano lo scopo di rafforzare le mura del Castello.
All’interno si accedeva tramite tre porte: la porta Altinate o dei Molini; la porta della Loza e la porta Teralii o de Sancta Maria incorporata nella Torre Belfredo.

Oggi molto poco è rimasto di questo complesso imponente per un lento e inesorabile declino.
Nel XVI secolo il Castelnuovo perde la funzione di difesa per cui si decide di abbattere le mura per permettere l’espansione urbanistica della città utilizzando magari i mattoni stessi delle mura. Le torri sembrate dal complesso di fortificazione vennero trasformate ad abitazioni private. Col tempo le torri sono andate scomparendo. Già nel XVIII secolo solo due delle torri esistenti era rimasta in piedi.
La Torre Belfredo è stata demolita nel 1876 per permettere il passaggio della nuova linea tramviaria che faceva capolinea nella Piazza Maggiore (oggi Ferretto).
La Torre dell’Orologio è l’unica ad essere giunta sino a noi.

In questo itinerario vi suggeriamo alcuni edifici e piazze e luoghi in cui sono visibili i resti del castelnuovo, delle sue mura e dei suoi torresini.

Della Torre Belfredo rimane solo la memoria del nome registrata nell’omonima via.
In corrispondenza del basamento (sotterrato) sono stati fatti dei segni sul tracciato viario.

Diversi resti delle mura sono individuabili inglobati in edifici successivi.

Nel cortile dell’edificio che ospita la Cassa di Risparmio sono visibili alcuni resti delle mura.

Altri resti di mura sono visibili nei giardini in via Belfiore là dove una volta c’era il fossato del castello.

Nel giardino della villa della Giusta, sede dell’Istituto Parini, sono visibili altri resti delle mura, nelle vicinanze si può vedere uno dei torresini trasformato in abitazione privata.

In Via Spalti, che prende il nome dal terrapieno dove era edificata parte della cinta muraria del Castelnuovo, all’incrocio con via De Lena, nel cortile dell’autorimessa comunale,   si possono vedere i resti di una torre angolare ora trasformata in abitazione, e alcuni tratti delle mura.
La torre, dalla forma poligonale non convenzionale per l’epoca è denominata Torre Moza o Rocha, e nonostante i rimaneggiamenti secolari, possiede ancora il rivestimento originale della base in pietra d’Istria compresa la cornice arrotondata e il corpo soprelevato in mattoni che caratterizzava tutta la cinta muraria.

Altro torresino sopravvissuto si trova nel piazzale del Parco Ponci.

In Via Caneve, dove una volta sorgeva la Porta Altinate, in una serie di scavi effettuati nel 2000, sono stati ritrovati i resti del ponte dei Molini che permetteva di attraversare il fossato.

In città diversi itinerari con cartelli indicativi, posti dopo i lavori di riassetto della piazza Farretto alla fine degli anni 90 raccontano la storia e le trasformazioni di questa parte della città. Opuscoli e guide sono disponibili presso l’ufficio turistico (o scaricabili dalla rete).

2) Sempre dalle mura medievali trae il nome Il Teatro della Murata un piccolo teatro di 70 posti circa, con platea digradante,  sito in via Giordano Bruno.
L’edificio era un semplice fabbricato appoggiato ai resti delle mura  ed è stato adibito a teatro nel 1970 divenendo da allora uno dei poli culturali della città.
Oltre al nutrito cartellone che porta in città il meglio del teatro off d’Italia e non solo, il teatro ospita l’Officina del Teatro un laboratorio rivolto ad adulti così come a adolescenti e bambini dove si pratica una interessante ricerca di didattica teatrale.

Le attività del teatro non riguardano solo lo spettacolo ma anche la presentazione di libri, la programmazione di concerti di musica dal vivo, corsi e spettacoli di danza, facendo del teatro un vero e proprio centro policulturale della città.
La continuità della programmazione del cartellone (da settembre a maggio) vi permetterà di trovare in qualunque periodo dell’anno andrete a Mestre uno spettacolo sempre diverso, di teatro, di musica o di danza, proposto sempre a prezzi politici, grazie anche a un piccolo finanziamento dell’Assessorato alla Cultura e Spettacolo del Comune di Venezia.

3) Se capitate a Mestre durante la mostra del cinema di Venezia che si svolge tra fine agosto e i primi di settembre di ogni anno potete approfittare per seguire la proiezione di qualcuno dei film della mostra (tutti rigorosamente in lingua originale con sottotitoli in italiano) qui  Mestre a prezzi molto più accessibili di quelli del Lido e senza essere costretti a immergervi nel bailamme della manifestazione.
I film del Festival sono programmati al Cityplex Excelsior che garantisce sei proiezioni al giorno. Se soggiornate a Mestre non nel periodo del festival e cercate film di qualità potete rivolgervi al Cinema Dante che con la sua programmazione d’essai propone film che vale la pena vedere.

La città di Mestre ha comunque un proprio festival di cinema non famoso e ricco come quello veneziano ma altrettanto prestigioso.
Organizzato da 15 anni dal centro culturale Candiani il festival si chiama Mestre Film Fest, che propone una panoramica di cortometraggi italiani e internazionali, un format di film che sta tronando ad avere l’importanza che ha avuto tanti anni fa quando servivano ai futuri registi importanti ad avere i primi approcci con la decima musa.
Il Mestre Film Fest si tiene nel mese di ottobre (per evitare sovrapposizioni con quello di Venezia).
In qualunque periodo veniate le multisale  e il cinema Dante forniscono una programmazione di film adatta a tutti  i gusti. Per cui buona visione!

4) Icona e festa della Madonna del Don.

La festa è organizzata dalla parrocchia dei Frati Cappuccini.
La presenza di quest’ordine francescano riformato è annoverata nella città di Mestre sin dal XV secolo quando furono invitati a stabilirsi in città da Consiglio Civico.
La chiesa, edificata in soli due ann,i sorse nelle vicinanze della Scuola dei Battuti e fu dedicata a S. Carlo Borromeo, uno dei fautori della controriforma.
Nel 1810, in seguito al decreto napoleonico di soppressione degli ordini religiosi,  i cappuccini furono costretti a lasciare al città e la loro chiesa venne distrutta. Non poterono farne ritorno prima del 1940. E’ allora che la storia dell’ordine e quella della nuova chiesa che cercarono di edificare si lega con il ritrovamento di una icona russa raffigurante la Vergine Maria: La Madonna del Don.

L’icona è arrivata in Italia portata da un alpino in licenza, che era stato incaricato del trasporto dal frate cappuccino Narciso Corsara, cappellano militare del Battaglione alpini Tirano al quale era stata affidata da una fedele di religione cristiano-ortodossa per preservarla dalla distruzione. L’icona, modesta da un punto di vista artistico, ha un rilevante valore spirituale in quanto oggetto di culto da parte  delle popolazioni ortodosse delle rive del Don.

Giunta in Italia, l’icona venne consegnata alla madre del cappellano. Quando la chiesa dell’ordine cappuccino venne finalmente ricostruita a Mestre, nel 1967, l’icona vi ha trovato la sua sistemazione definitiva.

Ogni anno nella prima metà del mese di Ottobre una sezione dell’Associazione Nazionale Alpini dona l’olio per la lampada perpetua.
L’avvenimento viene celebrato da una festa  per ricordare gli alpini caduti in Russia e ribadire la presenza dell’Arma a fianco dei familiari di coloro che non sono più tornati: 89.512 soldati morti e oltre 30.000 feriti.

Durante la festa la città di Mestre si riempie di penne nere – come vengono indicati gli alpini – di tutte le età e di tutte le regioni d’Italia affiancate dall’arma dei Carabinieri e da quella dei Bersaglieri.

La festa oltre all’aspetto religioso – che dal 1976 ha ottenuto anche una specifica celebrazione liturgica – e alla memoria storica dei caduti di guerra, ha acquisito col tempo anche un aspetto culturale essendo accompagnata dalle musiche delle fanfare e dai cori degli alpini dando alla celebrazione una dimensione sempre più ampia e partecipata gradi tanto che la messa stessa, che una volta si teneva nella Chiesa, oggi si svolge nella Piazza Ferretto.

Un connubio perfetto tra culto e folklore che non dispiacerà al turista dalle esigenze più diverse.

5) Una escursione nei boschi di Mestre a piedi o in bicicletta

Se pensate che Mestre sia circondata solamente dai siti industriali, come il polo di Marghera, sbagliate di grosso. La città è circondata da zone verdi alcuni sopravvissuti alla vegetazione della pianura padana altre reintrodotte dall’amministrazione mestrina.
L’idea di dotare la città di un bosco di 1.200 ettari nasce nei primi anni ottanta. Il rimboschimento coinvolge sia terreni di prosperità pubblica che aree agricole.
Il bosco per essere realizzato richiede tempi lunghi, perché gli alberi ci mettono almeno 10 anni a crescere. Così i boschi di Mestre nascono, e crescono, poco per volta andando a a integrare i boschi già esistenti di Carpenedo, tutto quel che rimane della storica Selva Fetontea che una volta copriva tutta la zona,  dalle montagne al mare.

Il bosco di Mestre è oggi un bosco urbano costituito da diverse aree boschive caratterizzate oltre che da una aviofanua specifica e particolare, da strutture dedicate all’escursionismo o alle semplici passeggiate in bici.

Il Bosco di Carpenedo.
Il nome Carpenedo deriva dal Carpino bianco, un tipo di albero presente in zona dal lontano 1300.
Il bosco consta di 7,5 ettari tre dei quali storici (il cosiddetto boschetto) mentre i restanti 4,5 ettari sono stati rimboscati tra il 1997 e il 2000 impiantando circa 500 piante. Il bosco rispecchiare ancora il campionario agrario tipico della pianura padana ed ha per questo ricevuto la classificazione di area protetta SIC (Sito d’Interesse Comunitario) dall’Unione Europea e ZPS (Zona a Protezione Speciale) per le caratteristiche della fauna aviaria.
Per questo motivo le visite al bosco sono regolamentate dall’Istituzione Bosco e Grandi Parchi alla quale vi dovete rivolgere per visitare questo piccolo gioiello.
Nelle vicinanze del bosco c’è il Forte Carpenedo (www.fortecarpenedo.it) che si può agilmente raggiungere a piedi, o, meglio, in bicicletta.

Si raggiunge il Bosco con l’autobus numero 2, scendendo al capolinea di via Don Sturzo e proseguendo poi  a piedi per circa un chilometro sulle strade le poco trafficate di via Vallon e Via del Boschetto.
Due comodi parcheggi permettono di arrivare anche con un mezzo privato.

Il Bosco dell’Osellino è un bosco nuovo che nasce nel 1994 su terreni comunali sui quali sono stati piantati alberi con fustaia a querco-carpineto planiziale tra le quali spiccano la Farnia e il Carpino bianco, tipici della zona.
Sono state piantate 13.000 piante di 35 specie diverse in totale

Si può raggiungere il bosco con gli autobus numero 13, 31, 32 e 24 scendendo alla fermata di Viale Pertini oppure con gli autobus numero 12 e 84 scendendo alla fermata di Viale Vespucci.

Se preferite usare un mezzo privato potete parcheggiare lungo via Ignazio Vian, nel rione Pertini.

La zona è servita da molte piste ciclabili per cui si consiglia l’uso della bicicletta con la quale è agevole raggiungere il vicino Parco di San Giuliano (dove d‘estate si svolge  l’Heineken Jammin Festival)  che permette di arrivare sino ai margini della Laguna da dove si può ammirare Venezia.

Il Bosco di Campalto, il più piccolo dei boschi mestrini, ha una superficie di soli 7 ettari, è dotato di sentieri per escursioni e di pista ciclabile.

Lo si raggiunge con l’autobus numero 5, si scende alla fermata di Orlanda (all’incrocio con via Passo Campalto)  proseguendo a piedi per via Cimitero di Campalto.
Durante l’orario di apertura del Cimitero si può raggiungere l’area boschiva attraversandolo a piedi.
Un parcheggio lungo via del cimitero consente di raggiungerlo anche con mezzo privato.

Le Aree Querini comprendono
Il Bosco di Zaher di ben 44 ettari che conserva, al suo interno, le zone preesistenti al rimboschimento degli anni novanta caratterizzate da platani, robinie, olmi campestri e salici bianchi.
Il bosco  è attraversato da un percorso ciclopedonale di 3,2 km che garantisce un accesso dal terminal del tram di via Monte Celo, un accesso pedonale e dunque più sicuro di quello lungo la strada percorsa dalle automobili.

Si può raggiungere il bosco con l’autobus numero 14 scendendo in via Altinia subito dopo l’abitato di Favaro.
Oppure si può utilizzare il tram arrivando al capolinea di via Monte Celo per poi proseguire lungo il percorso segnalato.
Un parcheggio lungo via Altinia permette di raggiungere il bosco anche con un mezzo privato.

Il bosco è raggiungibile anche da forte Carpenedo seguendo l’itinerario “Giro dei Forti” attraversando il bosco Ottolenghi che deve il nome ad Adolfo Ottolenghi, rabbino veneziano ucciso ad Auschwitz, al quale il bosco è dedicato.

Eventi, manifestazioni, concorsi affiancano il piacere dell’escursione con iniziative adatte a tutta la famiglia. Per informazioni rivolgersi all’ufficio turistico.

6) Andar per ombre e cicchetti.

Non potevamo trascurare in questo elenco di cose da fare con il mangiare e il bere.

Non si pensi che la cucina mestrina sia uguale a quella veneziana oltre alla cucina lagunare infatti quella di Mestre ha anche degli imprestiti vicentini-trevigiani.
Piatto forte è il pesce, naturalmente.
A Mestre si possono mangiare baccalà e pesce azzurro, per tacer di vongole, orate e, a chi piacciono, degli ottimi granchi.
Tra i piatti tipici le sarde in saor (aromatizzate con l’aceto, con la cipolla e l’uva sultanina), il riso con il nero di seppia (squisito)  o i frutti di mare (delizioso).
La cucina etnica ha messo piede anche a Mestre e se preferite cercare sapori altri non mancano ristoranti con le cucine indiana, giapponese e spagnola.
Queste terre sono generose di vitigni e non potete dire di avere visitato la città senza aver gustato un Merlot o un Pinot o magari un prosecco.

Per gli amanti della cultura del bere Mestre, come Venezia, offre, a costi non proprio contenuti, anche dei tour del vino durante i quali, accompagnati da un enologo sommelier, visiterete diverse cantine e produttori di vino con adeguate degustazioni che si concluderanno con un pasto.

Per assaggiare un buon vino la scelta offerta dai ristoranti è naturalmente altrettanto adeguata oppure potete magari degustare del vino anche come aperitivo accompagnandolo con un cicchetto.

Qui il bicchiere di vino si chiama ombra (perché a Venezia, una volta, i venditori ambulanti seguivano l’ombra del campanile di piazza San Marco per mantenere il vino in fresco) ed è sempre accompagnata da un cicchetto, un piccolo assaggio, su pane, di baccalà mantecato o sarde in saor, oppure vongole o moscardini appena lessati  a seconda del periodo e delle disponibilità.

L’aperitivo moderno per antonomasia, quello da luogo comune, è invece lo spritz fatto con il prosecco e l’Aperol, più l’acqua del ghiaccio, guarnito da una fettina di arancia o di limone. Da accompagnare con tramezzini o panini magari farciti agli sfilacci di cavallo. Salute!

7) Il giro delle Ville di Mestre

Quando la Serenissima cominciò a perdere potere politico (a causa dell’ingerenza turca) ed economico (per via delle nuove rotte di commercio atlantiche) la classe patrizia di Venezia  si concentrò sulla proprietà fondiaria. Sorsero così delle ville nobiliari che furono oltre a dimore di villeggiatura veri e propri centri di controllo delle attività agricole cui si andava riconvertendo l’attività della Repubblica.
Data la vicinanza a Venezia a Mestre sorsero le ville di molti nobili della zona da cui presero il nome: Falier,  Soranzo, Sagredo, Corner, Querini, Sanudo, Michiel, Foscari, Erizzo, Moro,  Morosini e Duodo solo per ricordarne alcune.

Alcune delle ville sono andate perdute nel corso dei secoli ma la maggior parte è ancora in piedi e in perfetto stato di conservazione.
Le ville una volta si trovavano in aperta campagna a mentre ora, causa dell’espansione urbanistica e della conurbazione, sono state quasi tutte inglobate nel tracciato urbanistico e oggi appaiono come semplici palazzi signorili costruiti tra tanti altri edifici.
Vale la pena fare un giro della città e visitarle oltre che per la loro testimonianza storica anche per meriti artistici.

Cominciamo dalla Villa Erizzo fatta erigere nel XVII secolo dal doge Pietro Erizzo, che oggi si trova su piazzale Donatori di Sangue, in una zona interamente circondata da edifici moderni, edificati sul parco che constava di 5.000 mq.
La villa si sviluppa su tre livelli e consta di più di 1220 mq, con stanze affrescate con tromp l’oeil di colonne e stucchi, arredata da lampadari d’epoca, compresi alcuni affreschi di tema bucolico del Settecento attribuiti ad Andrea Urbani.
A metà dell’800 è stata la sede del quartier generale austriaco.
L’assetto attuale è il risultato di diversi rimaneggiamenti fatti nel 1929 quando divenne la sede della società elettrica S.A.D.E.
Alla villa è annessa una piccola cappella privata del 1686, dedicata alla Vergine. Nel 1782 Papa Pio VI, ospite dei proprietari, vi celebrò una messa.
Restaurata  nel 2011 è diventata la nuova sede della biblioteca civica di Mestre mestrina che aprirà nel mese di marzo 2013.

La Villa Querini, del XVIII secolo, all’angolo tra via Verdi e la Circonvallazione, è appartenuta alla famiglia Querini Stampalia fino al 1869, quando è stata rilevata dal Comune che ne ha trasformato il parco in giardino pubblico, salvandolo dalla speculazione selvaggia toccata ad altre ville (cfr. più avanti villa Ponci).

Sviluppata su tre piani e un seminterrato la villa, che ospita oggi uffici comunali, si distingue per lo stile settecentesco, con la facciata caratteristica ad apertura centrale con centina e due ulteriori aperture ai lati mentre le finestre del piano nobile sono ornate con un timpano. L’interno si sviluppa su un salone centrale.

Nel parco è stato avviato un esperimento di giardino terapia nel quale, sotto la guida di una terapeuta, un gruppo di anziani e di disabili curerà le piante di una zona dedicata del parco, due volte a settimana.

Il parco è attraversato da una pista ciclabile che segue il fiume Marzenego. Un recente sovrappasso permette infatti di attraversare il fiume collegando via Querini a via Olimpia.

La villa Della Giusta, in via Torre Belfredo, è stata edificata dalla famiglia Contarini  nella seconda metà del XVIII secolo.
Sviluppata su due piani, la facciata è decorata con sei lesene di ordine corinzio  sormontate da un timpano centrale. Attualmente la villa ospita l’Istituto Parini. Nel giardino sono custoditi alcuni resti delle mura del Castelnuovo.

Villa Settembrini, ubicata in Via Carducci, , immersa nel verde,  è una villa dalle dimensioni ridotte dalle linee architettoniche semplici e lineari e di tarda edificazione (XIX secolo).
La facciata si rifà al settecentesco schema veneto con sulla sommità il classico abbaino dotato di timpano triangolare.
Oggi ospita la sede della Fondazione Gianni Pellicani e quella della mediateca regionale.

Concludiamo con villa Ponci della quale resta solo il toponimo della via.
La villa infatti è stata rasa al suolo nel 1851 e sono scoparsi anche il parco e i laghetti ad essa collegati.

Il parco che constava di tre ettari di alberi secolari e ad alto fusto si trovava dove oggi sono via S.Girolamo e via Colombo, mentre il laghetto era dove oggi viene ospitato il mercato settimanale.

Nella memoria dei mestrini l’abbattimento della villa e del parco è ricordato come un vero scandalo perché l’abbattimento fu deciso con un’operazione truffaldina senza che l’amministrazione pubblica fece niente per impedirlo. Quando metà del parco, ormai senza alberi (abbattuti per ricavar denaro dal legno), venne dato al comune, l’amministrazione pensò bene renderlo edificabile.
Questa nota dolente dà un’ulteriore luce positiva al rimboschimento che ha visto la città dotarsi di boschi negli ultimi 15 anni.

8) Altra dimostrazione che Mestre non rappresenta solamente il polo industriale della laguna veneziana sono le aziende di commercio equosolidale molto diffuse nella città.
Il commercio equosolidale non consiste solamente nella vendita di prodotti basati su una economia alternativa che rispetti e non sfrutti il sud del Pianeta con particolare attenzione per l’ecologia.
Si tratta di un approccio globale all’economia, una cultura alternativa a quella delle grandi multinazionali. Si va dai prodotti tipici alle attività culturali, dalla gestione di alcuni negozi che costituiscono dei centri di cultura e non solamente dei punti vendita.
In questi esercizi si fa impiego di finanza etica, scegliendo banche che non sono coinvolte – per esempio nella vendita di armi – o che sostegno e finanziano industrie che fanno del risparmio energetico e delle risorse la loro principale occupazione.

In questi negozi si può comprare di tutto: dai prodotti per l’igiene personale ai capi di abbigliamento, dagli accessori alla bigiotteria. Ancora si possono acquietare articoli per la casa in legno e vetro compresi piccoli mobili o i prodotti tessili. Non mancano giocattoli e strumenti musicali, prodotti alimentari e detersivi tutti rigorosamente bio.
Per chi vuole investire in questo progetto può aprire un conto risparmio nella banca etica oppure ricevere informazioni sul turismo responsabile non inquinante e rispettoso dell’ambiente.

L’attività commerciale è affiancata da quella formativa che va dalla sensibilizzazione nelle scuole all’incontro interculturale al recupero e al reinserimento sociale di persone escluse o discriminate.

A Mestre il commercio equosolidale fornisce anche un servizio di catering che sta prendendo sempre più piede.

Quando entrerete nelle botteghe di via Paruta – angolo Via Aleardi, e di via Via Felisati ricordate che non vi state regalando solamente l’occasione di fare acquisti intelligenti ma state entrando in contatto con un nuovo modo di fare economia e cultura che si sta diffondendo tra la popolazione mestrina in maniera sempre più convinta e capillare.
Una volta conosciuta  questo approccio diverso all’economia e al commercio e alla intercultura non potrete farne a meno e potrete continuare a rimanere in contatto, a fare acquisti e formarvi anche tramite internet dove il commercio equosolidale mestrino è presente e collegato ocn le altre, tante, realtà italiani, magari  anche nella vostra città.

9) Il volo dell’asino (durante il carnevale)

Nato come scherzo, come parodia del volo dell’angelo di Piazza San Marco durante il carnevale di Venezia (una tradizione originata nel 1500 e ripresa nella modernità dopo che un tragico incidente del 1700 vi pose fine) che vede un (o una) acrobata salire col solo ausilio di un bilanciere sino alla sommità del campanile della piazza) il volo dell’asino è sttao organizzato per la prima volta durante il carnevale del 2002 in quell’occasione al centro Civico di Via Poerio.

Da allora è diventato subito una tradizione.

Dal 2007 il volo è eseguito da un protagonista del mondo sportivo che si cala dalla torre dell’orologio fino alla piazza, indossando un costume da asino.

Durante la discesa l’asino caga denari (monete di cioccolato) e anche i grandi tornano piccini.
Negli anni l’evento è diventato la principale attrazione del carnevale di terraferma rinverdendo l’antica tradizione medievale: gli asini volano e per almeno un giorno all’anno si vive in un mondo alla roversa.

10) Tra le chiese di Mestre si distingue la chiesa del Sacro Cuore costruita nel 1970 che si impone per l’architettura moderna definita post-conciliare, dalle forme morbide e dalle pareti curve che ricordano due vele.
I Frati Minori Conventuali della Provincia Padovana di sant’Antonio cui venne affidata la Parrocchia approntarono dapprima un salone come chiesa provvisoria. Il bando per il progetto della chiesa definitiva venne vinto dall’architetto padovano Adriano Galderisi e la chiesa venne costruita tra il 1967 ed il 1970.
Il progetto prevede che l’edificio di culto sviluppato completamente in cemento armato sia  caratterizzato da due grandiose vele discendenti da circa 40 metri d’altezza, che ne costituiscono la sommità sulla quale sono state collocate le campane. L’ingresso, più in alto del manto stradale, è raggiungibile tramite due rampe curvilinee a riprodurre un abbraccio ideale per chi vi trova davanti.

L’interno, sobrio e privo di colonne o navate, è sviluppato in un ambiente unico mentre la luce esterna entra attraverso una parete in vetro colorato.

All’interno della Chiesa sono presenti alcune opere di arredo sacro di artisti contemporanei della zona.
LaVia Crucis lignea, così come un Cristo risorto e di un Cristo morto sono stati realizzati dallo scultore di Mestre  Valentino Pellizzaro.
Il sudario di Auschwitz, una tela di notevoli dimensioni (400 x 240 cm), è stato realizzata dal pittore udinese Giorgio Celiberti.  La tela si riferisce ai francescano Massimiliano Kolbe che si offrì di essere deportato ad Auschwitz al posto di un padre di famiglia salvandogli la vita.
Infinine la Sacra Famiglia è stata realizzata dallo scultore veneziano Gianni Aricò.

La chiesa fornisce un’idea diversa di architettura ed arredo per luogo di culto che potrà non piacere  o lasciare perplessi ma che sottolinea comunque un approccio spirituale e non materialistico alla fede anche da un punto di vista urbanistico.

La città porta i segni di altri interventi moderni come la fontana al centro di Piazza Ferretto con una scultura in bronzo dorato di Alberto Viani intitolata “Nudo” oppure Altre opere il monumento alla Resistenza di Augusto Murer in Piazza XXVII e la fontana di Gianni Aricò nella vicina via Piave.

Anche voi guardando potrete giudicare se queste incursioni della modernità si addicano o no alla città di Mestre.

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